Liquidità aziendale e TFR: quanto costa davvero non ottimizzare la tesoreria

2026-07-21
By Giovanni De Giovanni

Molte imprese italiane conservano somme importanti sui conti correnti senza ottenere alcun rendimento. Allo stesso tempo, continuano ad accantonare internamente il TFR dei dipendenti, spesso senza calcolare con precisione il costo che questa scelta comporta.

Due aspetti apparentemente distinti, ma legati dallo stesso problema: una gestione poco attiva delle risorse finanziarie aziendali.

È quindi utile fermarsi e fare qualche conto.

Lasciare la liquidità sul conto non è una scelta a costo zero

Tenere il denaro fermo sul conto corrente può sembrare la soluzione più prudente. In realtà, anche non prendere decisioni produce conseguenze economiche. In una fase in cui i tassi di interesse, pur essendo in diminuzione, restano positivi, lasciare decine o centinaia di migliaia di euro su un conto non remunerato significa rinunciare ogni anno a un possibile rendimento.

Non si tratta di un’opinione o di una previsione: è un costo opportunità facilmente calcolabile.

Secondo le rilevazioni di Banca d’Italia, negli ultimi anni i depositi a vista delle imprese non finanziarie italiane si sono mantenuti stabilmente sopra i 500 miliardi di euro. Una parte consistente di queste risorse resta depositata su conti che offrono rendimenti nulli o molto contenuti.

Le motivazioni degli imprenditori sono spesso comprensibili:

• «Potrebbero servire per un’emergenza»;
• «Non voglio bloccare il denaro»;
• «Non ho tempo per occuparmene».

Avere una riserva disponibile è certamente necessario. Questo, però, non significa che tutta la liquidità aziendale debba rimanere improduttiva.

La tesoreria può generare valore oppure distruggerlo

Nelle aziende più strutturate, la gestione della tesoreria rappresenta una funzione strategica. Serve a controllare i flussi di cassa, prevedere le necessità future e migliorare l’equilibrio finanziario dell’impresa.

Nelle PMI, che costituiscono una parte fondamentale del sistema produttivo italiano e del territorio della Valdelsa, questa attività è invece spesso poco organizzata o affidata quasi interamente al commercialista.

Il consulente fiscale svolge naturalmente un ruolo essenziale, ma non può sostituire una gestione finanziaria quotidiana e programmata.

Il primo passo consiste nel distinguere due categorie di risorse:

→ La liquidità operativa, necessaria per pagare fornitori, stipendi, imposte, costi fissi e imprevisti.

→ La liquidità eccedente, cioè la parte che rimane disponibile dopo aver garantito un adeguato margine di sicurezza.

La prima deve poter essere utilizzata immediatamente. La seconda può essere gestita in modo più efficiente e contribuire, entro limiti di rischio definiti, alla redditività aziendale.

Quanto può costare la liquidità inutilizzata?

Conti deposito, pronti contro termine, fondi monetari e titoli di Stato con scadenze brevi possono offrire differenti combinazioni di rendimento, rischio e disponibilità del capitale.

A seconda dello strumento, della durata e delle condizioni di mercato, è possibile ottenere rendimenti netti annuali indicativamente compresi tra il 2% e il 3%.

L’obiettivo non è realizzare guadagni straordinari, ma evitare che risorse importanti rimangano completamente improduttive.

Facciamo un esempio.

Un’impresa che mantiene per un anno 500.000 euro sul conto corrente senza alcuna remunerazione potrebbe rinunciare a un rendimento netto compreso tra 10.000 e 15.000 euro.

Una somma che, anno dopo anno, può diventare rilevante per il bilancio aziendale.

Il TFR: un debito che cresce nel tempo

Accanto alla gestione della liquidità esiste un’altra voce che merita attenzione: il Trattamento di Fine Rapporto.

Il TFR è una componente della retribuzione del dipendente che viene differita nel tempo. Ogni anno matura per un importo pari a circa il 6,91% della retribuzione annua lorda.

Per le imprese con meno di 50 dipendenti che mantengono il TFR in azienda, anziché destinarlo alla previdenza complementare o al Fondo di Tesoreria INPS, questa somma rappresenta un debito progressivamente crescente iscritto in bilancio.

Il costo non coincide soltanto con gli importi accantonati. Il fondo deve infatti essere rivalutato annualmente secondo una formula stabilita dalla legge:

1,5% fisso, a cui si aggiunge il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo.

Quando l’inflazione era molto contenuta, questa rivalutazione aveva un impatto limitato. Il quadro è cambiato durante il biennio 2022-2023, quando l’aumento dei prezzi in Italia ha raggiunto livelli particolarmente elevati.

Un’azienda con un fondo TFR di 200.000 euro, per esempio, nel solo 2022 ha potuto registrare un incremento del debito superiore a 17.000 euro dovuto alla rivalutazione.

È un costo concreto, anche se non determina un’uscita immediata dal conto corrente. Proprio per questo rischia di essere sottovalutato.

Mantenere il TFR in azienda oppure conferirlo?

Dal 2007, le imprese con almeno 50 dipendenti non possono più conservare internamente le nuove quote di TFR. Queste devono essere destinate alla forma di previdenza complementare scelta dal lavoratore oppure al Fondo di Tesoreria gestito dall’INPS.

Le aziende che si trovano sotto questa soglia conservano invece un margine di scelta.

Mantenere il TFR internamente permette di utilizzare quelle risorse come una forma di finanziamento aziendale. Non si tratta però di capitale gratuito: il debito deve essere rivalutato e comporta specifici oneri fiscali e amministrativi.

Trasferire le quote a un fondo pensione o al Fondo di Tesoreria INPS riduce il rischio collegato alla rivalutazione e alleggerisce alcuni adempimenti, ma comporta la rinuncia a quella disponibilità finanziaria.

Nei periodi caratterizzati da inflazione elevata, il conferimento può risultare più vantaggioso per l’impresa. Quando l’inflazione è bassa, la valutazione diventa meno immediata e deve considerare anche il fabbisogno di liquidità, il costo del credito e la solidità finanziaria aziendale.

Le domande da porsi sono quindi molto semplici:

Quanto costa ogni anno il TFR mantenuto in azienda?

Quanto rende la liquidità presente sul conto corrente?

Non conoscere con precisione queste due risposte significa non avere una visione completa della propria situazione finanziaria.

Un’alternativa concreta: il PAC aziendale

Una soluzione ancora poco utilizzata consiste nel creare un piano di accumulo aziendale collegato alla maturazione mensile del TFR.

Il principio è semplice: ogni mese l’impresa accantona in modo separato una somma equivalente alle quote di TFR maturate dai dipendenti. Queste risorse, anziché confondersi con la liquidità corrente, vengono destinate con regolarità a uno strumento finanziario coerente con le necessità dell’azienda.

La durata, il livello di rischio e la possibilità di disinvestimento devono essere scelti con attenzione, tenendo conto delle possibili uscite future.

Questo approccio permette di costruire gradualmente una riserva dedicata. Quando un dipendente termina il rapporto di lavoro, l’impresa dispone già delle risorse necessarie per liquidare il TFR, senza essere costretta a vendere altri investimenti in un momento sfavorevole o a ricorrere improvvisamente al credito bancario.

In questo modo, un obbligo futuro viene accompagnato dalla creazione di una riserva attiva e pianificata.

La somma da corrispondere non cambia, così come non cambiano gli obblighi normativi. Cambia però il modo in cui l’impresa si prepara ad affrontarli.

Come rendere più efficiente la tesoreria aziendale

Non esiste una soluzione identica per tutte le imprese. Esiste, però, un percorso che può essere adattato alle diverse realtà aziendali.

1. Calcolare il fabbisogno finanziario reale

Occorre stabilire quanta liquidità è necessaria per sostenere l’attività nei successivi tre-sei mesi senza creare tensioni finanziarie.

Questa somma deve essere protetta e facilmente accessibile. La parte eccedente può invece essere analizzata per individuare modalità di impiego più efficienti.

2. Misurare il costo effettivo del TFR

Insieme al consulente fiscale e finanziario è opportuno calcolare il costo complessivo del fondo mantenuto in azienda, considerando rivalutazione, tassazione e impatto sulla liquidità.

Solo in seguito sarà possibile confrontare questa scelta con le alternative disponibili.

3. Passare dall’analisi all’azione

Non è sempre necessario ricorrere a soluzioni complesse.

Un conto deposito, titoli di Stato con scadenze definite, fondi monetari o altri strumenti compatibili con il profilo dell’impresa possono già migliorare la gestione delle somme eccedenti.

L’aspetto più importante è non confondere l’immobilità con la sicurezza. Lasciare tutto invariato non elimina i rischi: spesso li rende semplicemente meno visibili.

La semplicità richiede comunque un piano

Gestire meglio la liquidità aziendale e il TFR non significa necessariamente utilizzare prodotti sofisticati o assumere rischi elevati. Significa conoscere i numeri, programmare le necessità future e scegliere strumenti coerenti con gli obiettivi dell’impresa.

In finanza, le soluzioni più semplici sono spesso anche quelle più efficaci, purché siano inserite all’interno di una strategia consapevole.

La bussola non promette scorciatoie. Serve a individuare la direzione corretta.